“Volontariamente” al servizio del profitto

Con le olimpiadi invernali di Torino 2006, e definitivamente con Expo 2015, il lavoro non retribuito ha cambiato volto ed è diventato “volontariato postmoderno”. Un nostro collaboratore, membro della rete No Expo, ci racconta com’è cambiato il significato del volontariato. Da attività no profit a manodopera non retribuita impiegata per il profitto. Dei padroni.

Seppure non stiamo parlando di una novità assoluta, tra i precedenti eccellenti si annoverano infatti le olimpiadi invernali torinesi del 2006, Expo 2015 è stato (ignobile primato tra i molti) l’evento che ha sdoganato nel Belpaese sia l’uso di massa del lavoro non retribuito, sia la distorsione lessicale oggi nota come “volontariato postmoderno”.
Era il luglio 2013 quando la società per azioni Expo 2015 e la triade del sindacalismo confederale siglarono l’accordo per 18500 giovani e meno giovani lavoratori “volontari” da sfruttare all’interno del perimetro espositivo della kermesse. Un anno più tardi, siamo lievemente fuori tema ma la cosa è altrettanto interessante, il Comune di Milano sigla il protocollo d’intesa per le agevolazioni in favore di tutte le imprese lombarde che inseriscano Expo 2015 nei loro progetti. Passa ancora qualche mese e si aprono le selezioni dei candidati. Smentendo ogni aspettativa, e smentendo una campagna di battage promozionale come non se ne ricordavano in città, le candidature non arrivano nemmeno lontanamente alla cifra utile a selezionare quasi ventimila “volontari” per ruoli assolutamente formativi quali indicare la direzione per i servizi sanitari o per lo stand col panino di coccodrillo. Quando i riflettori si spegneranno sul sito espositivo nel novembre 2015, saranno 8500 (cui vanno sommati quelli coinvolti dai singoli paesi partecipanti e da altre campagne minori promosse dalla pubblica amministrazione) i lavoratori coinvolti. Non saranno mai chiamati però lavoratori, perché personale sprovvisto di mansioni definite. È il tema su cui torneremo in chiusura.
Per quel che riguarda il monte ore non pagato, possiamo stimare con una certa approssimazione quindici giorni di lavoro per novemila lavoratori “volontari”, è una piccola pezza nelle laute finanze di un evento privato destinato a concludersi con meno partecipanti del previsto e con un traballante bilancio fondato più che sui biglietti o sulle sponsorizzazioni private, sulle finanze pubbliche.

Il significato culturale

In equilibrio tra ricatto e consenso

Lavoro ben confenzionato, ma non pagato

Ancora una volta torniamo a Expo 2015 per comprendere quanto la forza centripeta della grande occasione possa determinare uno sciame sismico culturale ben più duraturo dell’evento. Ancora una volta lo sguardo è proiettato sulle distorsioni del presente e sui rischi per il futuro di tutte e tutti noi. La differenza incomprimibile tra lavoro e volontariato non è la presenza o meno di definite mansioni, è l’esistenza o meno del profitto. Se profitto dev’essere, che sia distribuito tra chi lo produce e non tra chi s’inventa un nuovo giochino per espropriarlo.

abo | apparso su A/Rivista N. 413 | febbraio 2017

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