Trivelle, energia, democrazia: intendimenti e fraintendimenti

Referendum alle porte: il senso politico della consultazione è stato minato a più riprese, il confronto sulla sensatezza dell’operazione non se la cava meglio…nemmeno in ambito libertario.

Il referendum contro la proroga delle concessioni off-shore è calendarizzato per il prossimo 17 aprile. Oggetto del quesito superstite alla sforbiciata costituzionale e di governo, sono le sole concessioni presenti entro le 12 miglia marine dalla costa ed in via di scadenza. La campagna di sostegno al voto, promosso da 10, ops, 9 regioni, stenta a decollare e lamenta da un lato mancanza di visibilità pubblica e di sostegno di una comunità scientifica legata a doppio filo all’indotto del settore, dall’altra la digestione da parte degli organi di controllo e di governo della quasi totalità dei quesiti inizialmente presentati.

Oltre l’arco della corruzione mediatica e politica, oltre l’alveo dei comitati e dell’ambientalismo Novecentesco, sorge il problema di un dibattito e di un posizionamento che non trova, a mio parere, sufficiente espressione in ambito libertario. Il motivo? Da una parte la fisiologica esigenza di ribadire l’inadeguatezza dello strumento di fronte alla voracità e alla corruzione dell’ingranaggio parlamentare, dall’altra la paternità istituzionale e la parzialità del quesito sopravvissuto non aiutano a toccare il merito politico della battaglia in corso.

Il torneo dell’energia si gioca su più d’una scacchiera e non è certamente quella del 17 aprile la partita decisiva, basti pensare al fatto che proprio in questi giorni si apre la raccolta firme per un mazzo di referendum sociali che vedranno la luce di qui a un anno. Se diamo per buona l’unica ipotesi sensata (che i referendum siano strumento complementare alle lotte e non viceversa) possiamo ben accorgerci di quanto sia fuorviante il modo in cui il carteggio è stato sin qui affrontato. Mi spiego meglio: ci si concentra a tal punto sui limiti di un referendum di matrice istituzionale, da non prestare la necessaria attenzione alla campagna sociale su cui i referendum della prossima stagione potrebbero poggiare. E’ nella convergenza delle lotte in corso lungo tutta la filiera estrattiva delle fonti fossili, e presenti lungo tutta la dorsale del paese, che si poggia l’elemento di novità e la forza della sfida lanciata da progetti come stopdevastazioni.wordpress.com che raccolgono la scommessa di fare rete e raggiungere la massa critica e la lucidità per capire dove si trovano i punti di rottura della filiera. Scommessa che è anche protagonista di un libro dal titolo “Sblocca Italia: dalle trivelle agli stoccaggi di gas” (Off Topic, marzo 2016, Lu::Ce edizioni) che punta a ricostruire il percorso che il gas metano fa dai luoghi di estrazione (Caucaso, Azerbaijan e nord Africa prima di quelle off-shore e dei pozzi nostrani) per raggiungere, dopo migliaia di chilometri di condotte vecchie e nuove, gli stoccaggi esistenti e in progettazione sul piano padano. La ricostruzione procede per progetti e soggetti, ammicca allo scenario internazionale ed extra-europeo andando a lambire il tema della destabilizzazione, dei migranti e della guerra. Gli autori passano in rassegna il tema della finanziarizzazione del mercato energetico, quindi commentano il moltiplicarsi delle linee (pipeline) di approvvigionamento di combustibili fossili, una scelta stigmatizzata in tempi recentissimi dal documento conclusivo della ventunesima conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi, eppure agevolata da un flusso di investimenti pubblici che non conosce fine.

Il sottotitolo recita “neocolonialismo, speculazione, nocività, democrazia” perché la partita del petrolio e quella del gas metano non si giochi più nella fascia delle concessioni off-shore in scadenza entro i ventidue chilometri dalla costa ma fiorisca una maggiore consapevolezza dei passaggi necessari per ipotecare la partita della vampirizzazione della salute, del lavoro, del territorio e del clima.

La dedica in cima al testo recita “A Berta Caceres, a tutti i comuneros caduti”. Berta è una coraggiosa attivista, ecologista, vincitrice del premio Goldman e recentemente assassinata in Honduras per la sua strenua opposizione alle dighe, alle deforestazioni, al land grabbing che colpisce indigeni e campesinos con la stessa ferocia.

abo | aprile 2016 | apparso su UmanitàNova n. 12

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