Sciopero generale e proteste, i kurdi insorgono contro Ankara

abo
3 min readOct 22, 2015

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La vita di Amed (in turco Diyar­ba­kir) è fre­ne­tica: dome­nica si è svolto il cor­teo della società civile kurda, con­vo­cato in rispo­sta agli atten­tati e al copri­fuoco che insan­guina la zona di Sur. I par­te­ci­panti sono stati aggre­diti una prima volta nei pressi della sta­zione fer­ro­via­ria, la seconda a ridosso del fil­tro di poli­zia che chiu­deva l’ingresso oltre le mura della città vecchia.

La voce si è sparsa subito e nuovi assem­bra­menti si sono for­mati all’imbrunire con bar­ri­cate improv­vi­sate. Un palo della luce di tra­verso ad una via a scor­ri­mento rapido bloc­cava il pas­sag­gio, men­tre l’immondizia pren­deva fuoco a grumi nelle vie più pic­cole. I pro­ta­go­ni­sti dei cor­tei erano i più giovani.

Dopo le sei del pome­rig­gio lo sce­na­rio del mat­tino si è ripe­tuto: non appena la mar­cia si è avvi­ci­nata alla «Porta delle mon­ta­gne» (nome popo­lare della piazza che guarda all’altopiano che abbrac­cia la città), ma gas lacri­mo­geni e spari in aria ci hanno costretto alla fuga.

Ad Hasirli, zona libera nel cuore di Sur, oltre il primo fil­tro di con­trollo, gli scon­tri si sono pro­tratti fino alle tre di notte. I tank delle forze spe­ciali di poli­zia hanno ten­tato di for­zare le pile di sac­chi di sab­bia, men­tre il lan­cio di alcune bombe a mano ha dato fuoco a diverse abi­ta­zioni. Qui la conta dei feriti non ha numeri uffi­ciali, a causa dell’impossibilità di avere comu­ni­ca­zioni con il cen­tro urbano; sono almeno quat­tro i morti, tra cui un bam­bino di nove anni in piazza Dag Kapi, cui vanno aggiunti gli otto mili­tanti uccisi dai bom­bar­da­menti dell’aviazione turca nei pressi del cimi­tero dei mar­tiri di Lice, a 90 chi­lo­me­tri dalla città.

Fuori dalle mura, i mezzi blin­dati, i «toma», hanno spo­stato col rostro quel che restava dell’immondizia fumante per le strade, illu­mi­nando col can­none spara acqua spa­ruti gruppi di lan­cia­pie­tre in fuga.

Ieri una calma appa­rente regnava in città. Nella zona uni­ver­si­ta­ria, nono­stante diverse scuole siano chiuse per il terzo giorno di lutto nazio­nale e lo scio­pero gene­rale abbia bloc­cato alcune zone del paese, c’è ancora vita. Un via vai con­ti­nuo di gente nei caffè, sedute all’aperto a bere çai (tè) con un occhio alle imma­gini che ancora scor­rono in tv.

Nel primo pome­rig­gio di ieri un suono ha rie­cheg­giato in lon­ta­nanza, era un assem­bra­mento che mesco­lava fischi, bat­titi di mani e cori in lin­gua kurda. Dalla zona com­mer­ciale di Ofis, dopo aver fian­cheg­giato per 500 metri le mura, i mani­fe­stanti scor­re­vano ancora una volta in dire­zione della «Porta delle montagne».

In coda la poli­zia indos­sava le maschere anti-gas come fos­sero ber­retti, le armi bene in vista impres­sio­na­vano i nostri sguardi disa­bi­tuati ad una tanto mani­fe­sta minac­cia di vio­lenza. Gli obiet­tivi erano quelli di sem­pre: sfi­dare l’accerchiamento di Sur, denun­ciare la guerra psi­co­lo­gica e mili­tare del copri­fuoco, riba­dire che, qua­lun­que sia stata la mano che ha pre­muto il bot­tone, la respon­sa­bi­lità della strage di Ankara è dell’Akp e del suo lea­der Recep Taiyyp Erdogan.

«Assas­sini Akp, sarete giu­di­cati», gri­da­vano gli abi­tanti di Amed men­tre i bal­coni fio­ri­vano di mani con l’indice e il medio sol­le­vati, a indi­care la vit­to­ria. La noti­zia di acqua ed elet­tri­cità nuo­va­mente tolte a sin­ghiozzo, assieme al rac­conto dei cec­chini appo­stati sui palazzi più alti, si sono sparse nel corteo.

«Non dor­mite abi­tanti di Diyar­ba­kir, pro­teg­gete la città vec­chia»: into­na­vano i cori alla testa del cor­teo, allo stesso modo rispon­de­vano dal cuore della mar­cia. Poco dopo inter­net e la rete sono sal­tati, gli idranti hanno spa­rato sulla folla, anti­ci­pando l’arrivo di potenti lacri­mo­geni, tanto rapidi da non far­cene accorgere.

Poi l’aria si è intos­si­cata e la folla è stata dispersa. I locali delle vie cir­co­stanti hanno aperto le porte per acco­gliere donne e uomini dagli sguardi atter­riti e al tempo stesso colmi d’orgoglio, poi le ser­rande si sono richiuse in fretta. La poli­zia ha fatto irru­zione nell’ospedale e il via vai dei mezzi è pro­se­guito per diversi minuti. Nelle parole di que­sta città in stato di asse­dio, la con­ti­nua ten­sione è figlia della poli­zia, con­trol­lata diret­ta­mente dal governo. «Qui si resi­ste per la libertà e l’uguaglianza di tutti, non solo dei kurdi», urlava la folla.

abo per #RojavaResiste | apparso su Il Manifesto 13.10.15

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