Il nucleare in Italia: andata e ritorno

L’avventura atomica italiana non è mai finita: non sono esaurite le scorie tossiche, né gli investimenti all’estero delle imprese di settore, non è risolta l’ubicazione del deposito nazionale, né l’indipenenza energetica dalle importazioni d’oltralpe.

Latina, Sessa Aurunca, Caorso, Trino e ancora Montalto di Castro. Pare che, per un breve lasso di tempo, esattamente 50 anni fa, il Belpaese occupasse il terzo posto nella classifica dei paesi produttori di energia nucleare. Niente di straordinario in termini quantitativi, il tentativo di posizionarsi come paese dotato di expertise affondava piuttosto le radici nel bisogno di rispondere all’enigma senza tempo della questione energetica. In un territorio non certo generoso dal punto di vista delle fonti di approvvigionamento, la stagione dei “ragazzi di via Panisperna” non rappresentava che uno dei tentativi di trovare risposte dal sapore “autarchico” al problema. Le vicende personali di Majorana e Fermi, unite al contesto di persecuzioni razziali, mancanza di fondi e approssimarsi della guerra, portarono definitivamente oltre oceano le conoscenze acquisite dal gruppo di fisici. E’ solo all’indomani della Guerra e dell’agghiacciante impatto della bomba atomica, che, accanto alla cinematografica vicenda di Enrico Mattei e del suo progetto di alternativa alle “sette sorelle”, prende il via la seconda stagione dell’avventura atomica nostrana.

Il primo impianto per la produzione viene acceso nel 1963, nell’arco di un quinquennio il 4% del fabbisogno nazionale proviene dalla fissione: sono centrali per lo più anglo-americane, a “ciclo breve”, basti pensare che quando Caorso sarà spenta Latina e Trino erano praticamente centrali a fine vita. Possiamo parlare oggi con tranquillità di tecnologie straniere sperimentate lontano da casa. Manca infatti una decade dal primo Piano Energetico Nazionale che sarà varato solo nel 1975, cui seguirà a stretto giro la crescita di un movimento “NO Nuke” via via più forte: campeggio in Basilicata (1978), fronteggiamento con le forze di polizia a Montalto di Castro e Caorso (190/82), la Battaglia di Comiso nell’agosto ‘83.
Il vittorioso referendum del 1987 chiude la partita: dopo l’incidente della centrale nucleare di Cernobyl, il più grave della storia e assieme a quello del 2011 di Fukushima l’unico considerato al grado massimo di pericolosità secondo l’indice adottato dalla scala internazionale INES, lo spettro delle radiazioni, della contaminazione di acqua e cibo, fa davvero paura. Il Piano Energetico Nazionale è archiviato, già il 10 maggio dell’anno precedente, all’indomani del disastro, in centomila scendono in piazza a Roma per un corteo che inchioda a rispettive responsabilità politiche anche ENEL e DC, lo stesso orizzonte sviluppista del più importante sindacato è compromesso, al pari della sua interlocuzione con l’associazione degli industriali.
I più ingenui, ignari dell’importanza di aggiornare la “linea del tempo”, crederanno che, al netto della gestione delle scorie dovute ai rimanenti impianti sperimentali universitari e al settore ospedaliero, la partita sia stata chiusa da tempo, almeno da questa parte di confini oggi in via di nuova e celere fortificazione. La storia non si è, evidentemente, mai esaurita. Dopo il silenzioso decennio dei ’90, gli anni Duemila segnano una nuova rincorsa al nucleare per la Penisola: la legge Marzano (2004) segna la nascita degli investimenti di ENEL prima in Slovacchia, quindi in Francia (in collaborazione con EPR). A ruota seguono Ansaldo, Finmeccanica e Sorgenia, gli effetti della liberalizzazione del mercato energetico sono anche questi. A stretto giro il governo Berlusconi progetta nel 2008 di abbattere il ricorso alle fonti fossili con un pesante investimento in fonti rinnovabili, assimilate e…nucleare. Il 2010 vede la nascita del Forum Nucleare, sotto l’egida dell’ex presidente di Legambiente Chicco Testa. Sarà proprio l’incidente di Fukushima Dai-Ichi causato dal maremoto dell’11 marzo 2011 a segnare l’esito del successivo referendum. Lo spettro della nube tossica e la vertiginosa stima di un milione di morti premature, bloccano il sogno distopico del ritorno dell’era atomica “in house”.

La discussione pubblica su nuovi impianti sul suolo patrio è bruscamente interrotta, quella sull’eredità della precedente stagione (scorie, testate missilistiche, rifiuti tossici e smaltimento dei prodotti della ricerca) nemmeno prende avvio. Eppure mentre il Belpaese si distrae nuovamente, ritenendo a torto di averla scampata nuovamente, le istituzioni non hanno mai rinunciato all’approvvigionamento di energia da centrali nucleari. Ancora oggi l’1,5 delle importazioni giunge dalla Francia e in misura minore dalla Svizzera proprio così e, per quanto le percentuali siano in apparenza non significative, parliamo di un ricorso strategico ad una fonte che, non dipendendo dal sole, non soffre di cali prestazionali in orario notturno. A impianti spenti da oltre venti anni resta poi insoluto il problema più grande: l’ubicazione a lungo termine degli scarti contaminati della produzione. Tra il 2017 e il 2025 è infatti previsto il ritorno delle scorie oggi ubicate in Francia (Le Hague) e Inghilterra in fase di riprocessamento mentre 30mila M3 sono stoccati a titolo temporaneo tra il Lazio e Saluggia, le teste missilistiche sono interrate in attesa di soluzione e i treni speciali non smettono di solcare le pianure.
Dal 2009 alla SOGIN è affidato il compito di individuare la sede per un deposito nazionale. Inizialmente si parla di Scanzano Jonico, dove tra il 13 e il 27 novembre del 2004 l’incedere dei blocchi di arterie stradali, stazioni ferroviarie e la costituzione del Comitato “Scanziamo le scorie” nel cuore di quindici inaspettati giorni di blocco all’ipotesi di edificare un impianto gigantesco a livello del mare e conseguente rischio di inondazioni e fuoriuscite di materiale contaminato. Mentre i costi lievitano e gli anni passano, è del 2013 la notizia di un nuovo deposito nazionale da individuare all’interno di una mappatura di una trentina di opzioni che sarebbe dovuta, a norma di legge, essere pubblicata per offrire il tempo alle amministrazioni locali di fare le necessarie osservazioni e consultazioni in attesa del Ministero dello Sviluppo Economico, competente in materia. Il governo Renzi blinderà poi la mappa che ad oggi, non è mai stata resa nota, congelando, assieme agli ingredienti residuali della democrazia, i tempi per la realizzazione dello stoccaggio.
Delle quattro tecnologie più promettenti del comparto energetico (fotovoltaico, eolico, led, auto elettriche) due si basano sull’elettricità. Nel momento in cui il pianeta entra nella fase di ratifica dell’accordo (Cop21) contro il surriscaldamento climatico, dare un segnale contro la più pericolosa delle fonti (anche se sostanzialmente non produce CO2) torna più che mai attuale.
Sono questi quindi i punti di riflessione per una campagna di posizionamento contro il mai sopito sogno nucleare: l’ubicazione del deposito nazionale e le sue implicazioni in termini di poteri speciali, militarizzazione e tutela di territorio e lavoratori; un’alleanza con chi in particolare in Francia, da Bure alla bassa Normandia, si batte allo stesso modo contro le discariche tossiche: lo stop all’import di energia di provenienza atomica e il disinvestimento delle partecipate statali dal settore.
Non sono che appunti per un futuro più solare e radioso..ma mai più radioattivo.

abo | tratto da A.Rivista n. 408 | Giugno 016

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