Distruggere l’Isis è un errore strategico?

Sull’importanza di non retrocedere ad est dell’Eufrate

Non l’ho detto io, sia chiaro. Lo mette per iscritto Efraim InBar, docente di studi politici e della Bar-Llan University di Ramat Gan, alle porte di Tel Aviv.

L’autore del paper pubblicato lo scorso 2 agosto dal tink tank BESA (cui commissionano studi tanto il governo israeliano quanto la NATO) chiarisce l’utilità dello Stato Islamico, quale regolatore della capacità contrattuale dei competitor regionali vicini, Hezbollah su tutti, e lontani, con particolare riferimento alle ambizioni egemoniche dell’Iran di Kamenei e Rouhani. La tesi di fondo dell’autore è un attacco all’atteggiamento belligerante e poco “strategico” per l’occidente della nuova linea militare made in usa, che rischia di fortificare l’asse Russia-Iran-Damasco, quando proprio la persistenza territoriale di Daesh nella “terra di nessuno” siriana, offre una chance a gruppi concorrenti quali AlNusra (propaggine di AlQaeda sempre in bilico tra dentro e fuori le compagini della Free Syrian Army). L’instabilità “a lungo termine” della Siria, paese logorato da 5 anni di guerra civile e dalla precedente stagione di siccità e tumulti, costituisce, nelle intenzioni dell’autore dell’inquietante articolo, il terzo nodo strategico per tenere Israele una spanna sopra il pantano mediorientale che lo circonda.

L’offensiva aperta il 24 agosto dall’esercito turco in Rojava può essere letta con lenti compatibili: il redivivo Erdogan non apprezza certo Assad ma teme la riunificazione (alle porte) dei cantoni del Rojava. Lo stato turco si dipinge ostinatamente come solido punto d’approdo della NATO in terra straniera, e per questo ha goduto del sostegno europeo per l’esternalizzazione dei costi di gestione delle ondate migratorie generate da guerra, fame e aspirazioni di libertà. Una sapiente operazione di maquillage oramai incapace di contenere la recrudescenza della violenza in un paese la cui pace sociale è minata dalle restrizioni alle libertà civili e politiche, dagli attentati targati Isis e non ultimo dal golpe d’operetta dello scorso mese e dal suo strascico di epurazioni da una macchina statale oggi occupata dal partito di maggioranza AKP. E’ in questa cornice, specie se ponderate col triste esito della vicenda federale iraquena, che le rivendicazioni di libertà delle organizzazioni filo-curde a cavallo tra territorio turco e siriano, assumono limpidezza.

Mentre il balletto delle alleanze manovrate dalle super potenze statunitense e russa gira incessantemente, e la narrazione spaurita e occidentalizzante della guerra di civiltà minano la comprensione della posta politica in gioco, lungo i 400 chilometri del confine tra i due tormentati stati è in gioco in queste ore la tenuta dell’unica opzione laica, democratica e rivoluzionaria dell’area. L’autonomia (o confederalismo) democratica proclamata in Rojava sta mettendo radici nel Bakur sotto assedio grazie al successo delle amministrazioni HDP/DBP e acquistando forza sul campo, come dimostra la recente presa di Manbji e l’avanzata delle unità in direzione di Raqqa. L’unificazione alle porte dei cantoni del Rojava è quindi il motivo scatenante l’ingerenza militare turca in terra siriana, un’invasione che si profila più come un’occupazione militare che come un attacco ai miliziani, in fuga, di Daesh. L’invito giunto alle ed ai combattenti curdi da parte del comandante in capo delle truppe a stelle e strisce, a riportare la linea del fronte ad est dell’Eufrate non fa che confermare la ritrovata unità d’intenti con un sultano che solo poche settimane fa pareva abbandonato a sé stesso.

Siamo nel nostro paese e non ci ritireremo di fronte alle richiesta della Turchia o di altri.

risponde all’appello il portavoce delle YPG, o Unità di Protezione Popolare.

Chi si ostina nel sostegno ad un progetto di rivoluzione politica e sociale, di liberazione di genere ecologica e multietnica, di vita senza stato, di controffensiva di fronte alle mire geopolitiche e a quelle islamiste di Daesh, oggi deve trovare la chiave per sostenere questo sogno: non retrocedere dietro la linea dell’Eufrate.

abo | 25.08.16

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