Dal bene al fare comune. La nuova formula dell’acqua

Qualche tempo fa il coworking Millepiani di Garbatella ha ospitato la prima “Agorà dell’acqua e dei beni comuni”, convocata dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua per fare il punto sullo stato delle lotte per l’accesso alle risorse idriche. C’era anche Alberto “Abo” Di Monte (OffTopic lab Milano): pubblichiamo una sua riflessione, a pochi giorni dalla Global Climate March e dall’apertura della Cop21 a Parigi

abo
3 min readNov 26, 2015

Ho partecipato al convegno romano del Forum dell’acqua su proposta: “Facciamo pure un panel sulle lotte territoriali che vanno verso la Cop21. Vieni?” Vado. Dai fasti del referendum contro la privatizzazione dell’acqua sono passati quattro anni e la sensazione è che gli appetiti di quanti rimasero a bocca asciutta, siano tornati alla carica dopo l’empasse post exploit democratico.

Sotto i riflettori del movimento ci sono il modello delle multiutility, le società partecipate di diritto privato, i distacchi dell’allacciamento, l’entità ambivalente e sfuggente del “bene comune” stesso ma anche esempi di ripubblicizzazione e buone pratiche che convergono qui a Roma per l’appuntamento nel cuore della Garbatella. Per chi proviene dall’attivismo in opposizione al sistema Expo 2015 ed è impegnato nella costruzione di un “osservatorio” sulla Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi, quello dell’acqua rappresenta un collante. A raccontarcelo sono gli accaldati ghiacciai lombardi come le torbide anse del Seveso, sul piano globale i nipponici proprietari dell’acquedotto campano o gli spaventati abitanti di isole che non arrivano a dieci metri sul livello del mare.

Il paese a misura di “esposizione” punta sul mattone, l’asfalto e il petrolio piuttosto che sull’approvvigionamento per tutte e tutti a un’acqua pubblica e pulita. A farne le spese è oggi la sovranità popolare di quei comitati in lotta contro lo SbloccaItalia, privati di una controparte da mettere sotto pressione, ma è un intero paese impreparato al cambio di rotta reso impellente dalclimate change. Quello della terra è in realtà un problema anzitutto nostro. E’ un problema di instabilità climatica e non di semplice “febbre”, è un problema democratico nella misura in cui non tutti inquiniamo nello stesso modo e decisamente non tutti ne paghiamo le conseguenze allo stesso modo.Quello del clima è in parole povere un problema immediatamente sociale: tocca le speranze dei profughi ambientali come l’acidificazione dei suoli, l’incontenibile aumento della CO2 nell’aria che respiriamo, come il dissesto geologico da deforestazione. Dentro le “Cop”, i meeting internazionali vocati alla ratifica di accordi vincolanti figlie del meeting di Rio (1992), le soluzioni sperimentate ricordano più un’operazione di mitigazione delle emergenze ed apertura di nuovi mercati finanziari, che la ricerca di soluzioni radicalmente “sostenibili”. Al di fuori delle Cop tutto è cambiato con la dichiarazioni di stato di urgenza che ha seguito gli attentati di Parigi.

Quello dell’emergenza che legittima l’eccezione e al tempo stesso si fa “novella norma” è un elemento ricorrente e anche per questo sempre troppo poco visibile. Nell’arco di tre giorni dalle bombe sui civili inermi (da questa e da quella parte dello schermo) ogni manifestazione di dissenso è stata precettata. La sicurezza di chi rivendica un cambio di rotta sulla questione climatica non si può garantire, quella del centinaio di capi di stato che confabulano nelle stanze deputate, sì.

E’ ancora presto per capire se i movimenti e la cittadinanza parigina avranno la forza di confermare anche soltanto la marcia popolare prevista per il 12 dicembre a conclusione dei lavori della Cop.Certamente è il momento di appuntarsi un’altra data: il 29 novembre è tempo di “Global Climate March”. In tutto il mondo si manifesta per il clima e con uno sguardo severo nei confronti dell’appuntamento d’oltralpe. A Roma il corteo di associazionismo, ambientalisti e sindacato, a Milano una manifestazione a pedali dei comitati e dei movimenti. Due appuntamenti diversi (possibilista il primo, tagliente e refrattario alle soluzioni “tecniche” il secondo) che raccontano però dell’apertura di uno spiraglio d’attenzione sul legame tra questione climatica e questione sociale che riverbera in altre piazze del paese dopo la delusione di Copenhagen 2009, quando l’ingresso nella seconda fase della crisi mise la parola fine alla ricezione di impegni vincolanti in materia di emissioni.

Nella testa di molti circola un pensiero ricorrente: qual è la formula alchemica per saldare la vertenza contro lo Sbloccaitalia, la tutela di clima, salute e territorio, la resistenza a un modello di governance emergenziale e autoritario? Ci vorrebbe un fluido pulito e trasparente per legarli… tipo l’acqua.

@abuzzo3 | per CoreOnLine | 26.11.15

--

--