Contro la società fossile

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  1. Comunque vada, l’unico quesito sopravvissuto alla sforbiciata di stato riguardava l’eventuale proroga del 12% delle estrazioni del paese. Queste ultime, le coltivazioni di combustibili fossili nel sottosuolo e nelle acque del Paese, non rappresentano che poco più di un decimo dei consumi complessivi del nostro fabbisogno nazionale. Da un punto di vista meramente numerico parliamo del nulla, si pensi che le scorte di greggio e gas del sottosuolo patrio non sosterrebbero da sole le attività dello stivale che per una manciata di settimane (petrolio) o di mesi (gas metano).
  2. Nei quesiti scomparsi ritroviamo il tema dell’attribuzione di competenze e del piano delle aree che sono oggi scomparsi dal dibattito ma congiungono il discorso sui pozzi al tema della democrazia negata, della strategicità dell’approvvigionamento fossile, dei propositi di lungo periodo. È su questa contraddizione con le indicazioni, pur blande, contenute nel documento conclusivo della Cop 21 di Parigi, che si gioca un importante turno della partita.
  3. Nonostante le rassicurazioni delle lobby coinvolte, le trivellazioni in mare contaminano le acque circostanti anche in assenza di forti pressioni in gioco o di incidenti clamorosi come quello della Deep Horizon nel Golfo del Messico nell’aprile 2010. Lo rivela un’indagine di Greenpeace (marzo 2016) basata su dati ufficiali ISPRA e Ministero dell’Ambiente a ridosso di oltre trenta piattaforme situate in Adriatico.
  4. L’opzione zero (transizione alle rinnovabili pulite) non mina i posti di lavoro né destabilizzerebbe i mercati carboniferi, così come le royalties (7% sull’estrazione del petrolio e 10% su quella del gas) non portano alcun vantaggio sensibile all’economia del paese, non raggiungendo oggi i 400 milioni di euro l’anno.
  5. Il nodo della filiera non sono le trivellazioni all’interno delle 12 miglia (22km circa), da una parte perché il 34% delle coltivazioni di combustibili fossili sono a terra e il 36% oltre questa soglia, dall’altra perché (come anticipato in apertura) l’investimento in condotte (il TAP su tutte) e in stoccaggi (specialmente in pianura padana) si fonda sull’importazione di gas caucasico e dell’Azerbaijan.
  6. La tutela di turismo, paesaggio, biodiversità e diritti dei lavoratori, non si possono conquistare a scapito di territori privi di anticorpi. Occorre sostenere una transizione verso un mix di fonti pulite e diffuse, quali: geotermia, maree, biomasse, eolico, fotovoltaico.. Da non confondere con impianti industriali e grandi opere calate dall’alto, né con soluzioni all’idrogeno (che è un vettore e non una fonte).
  7. Quello dell’estrazione è un settore già fortemente ridimensionato nel nostro paese, sostenerlo a colpi di decreti, proroghe e concessioni significa smentire gli impegni in termini di ricerca e sostegno alla transizione energetica preso in occasione della Cop 21 dello scorso dicembre ed il suo appello alla decarbonizzazione entro fine secolo.

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